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QUELLO CHE RIMANE

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Autore: Fabio Ognibene
ISBN: 978-88-6328-138-5
Paese originale: Italia
Lingua originale: Italiano
Data di pubblicazione: 2012
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È una questione cromatica, altroché. Ci sono libri luminosi e vividi – roba da occhiali da sole, in certi casi – e libri ombrosi e scuri. A volte è facile distinguere, con un po' di attenzione, anche i colori, appunto. Mica soltanto le luci.
Quello che rimane, raccolta di racconti firmati Fabio Ognibene, è bianco opaco, lattiginoso. Bianchissimo. E scritto particolarmente bene, con la grazia di chi scarta tutto quanto è di troppo e centellina le parole collocandole nell'unico posto per loro possibile. Provate a spostarne una e crollerà tutto. Chi ha avuto modo di leggere il precedente Ancora domani (Smasher, 2010) – seguendo, da bravo, il mio consiglio dato a suo tempo su questo sito – noterà certo una maggiore essenzialità. Sintassi sempre più concisa e senza troppi orpelli (del resto l'ultimo racconto, Quello che manca, è dedicato a Foster Wallace... intelligenti pauca, come direbbero forse quelli che Wallace non l'hanno letto mai). Ma non è il caso di indugiare su questioni di forma.
C'è un cuore, in questo libro. Banale dirlo ma tutt'altro che banale trovarlo, un cuore che non sia un organo fabbricato artificialmente con qualche parola a effetto e qualche iniezione di autocompiacimento. E la pulsazione costante è data dal bianco sporco della nebbia e della pioggia, manifestazione soffusa di vite fissate al confine esatto tra incubo e sogno. Fermate, dall'abile penna di Ognibene, nello sgretolarsi della monotona quotidianità. Un attimo prima che si spalanchi il significato vero, forse solo tanto auspicabile quanto illusorio, un attimo dopo l'intuizione disperata che dalla nebbia, interiore ed esistenziale, è possibile uscirne. O più probabilmente è possibile credere di poterne uscire. Sono diciannove storie impalpabili e, non di rado, inquietanti. Banalmente, potremmo dire che la vena di inquietudine si sostanzia intorno ad alcune tematiche ricorrenti, su tutte la scissione dell'identità e l'estraneità a se stessi. Per intenderci, leggendo un racconto come La porta, vengono in mente, tra gli altri, alcuni scritti di Borges. Penso all'Aleph, per esempio.
Spesso sono storie giocate sull'opposizione interno/esterno, stanze consumate dalle routine che si fanno prigioni e cieli piovosi al di là del muro (e non soltanto cieli: anche una misteriosa vicina di casa che si limita ad affacciarsi e ad accennare un saluto non ricambiato, una specie di elegia a nostra Signora dell'Incomunicabilità).
E poi ci sono girandole di invenzioni surreali: un treno che forse si muove e forse no, senza che nessuno dei passeggeri sappia stabilirlo con certezza, un uomo impotente che rimpiange le passate erezioni e calcola fino all'ultimo centesimo il denaro che gli occorre per vivere per altri quarantaquattro anni esatti, una gabbia d'acero per scoiattoli giapponesi che diviene, agli occhi del narratore di La vendetta, l'unico motivo che avrebbe potuto davvero impedire la fine della sua storia d'amore.
Al di là dei pur interessanti spunti narrativi e al di là dell'atmosfera onirica, sospesa, che impreziosisce il libro conferendogli una fragile levità irrequieta che è forse la sua più specifica cifra stilistica, è opportuno fermare l'attenzione sullo iato, estremo e gridato in quasi ogni sua pagina, tra evanescenza e concretezza, tra indeterminazione e misura.
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