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E da una lacrima...la felicità

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Autore: Marco Posata
ISBN: 9788831255066
Paese originale: Italia
Lingua originale: Italiano
Data di pubblicazione: 2019
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SINOSSI

“Fece un respiro profondo e subito dentro la pervase l’aria dura ed aspra di quella terra selvaggia. Si riappropriò dell’odore acre e crudo della natura che l’aveva allevata. E subito riuscì quasi a sentire il profumo del fogliame bruciato dal sole rovente..” L’esordio del romanzo di  Marco Posata sembra privilegiare sensazioni e stati d’animo.  Proseguendo nella lettura, invece, l’intreccio assume un ruolo determinante, senza, però, trascurare l’introspezione psicologica e la riflessione relativa a eventi e situazioni. La trama prende avvio da una prigione della contea di Bradfort, negli Stati Uniti, dove si trova la detenuta Lora, nata in un villaggio della Tunisia. La protagonista, per mezzo di un’accurata analessi, rievoca l’infanzia, l’uomo amato, il figlio, abbandonato in un orfanotrofio, la sorella Najira. L’obiettivo di Lora è diventato quello di ritrovare il proprio bambino che non vede da molti anni. Sono continui i colpi di scena, le fughe, le traversie, le umiliazioni, i viaggi anche disperati. Vengono presentate figure losche: spacciatori e criminali. Cercano di fuggire da un mondo gretto, meschino e violento alcune donne fra cui la protagonista, sfruttate e considerate solo merce di scambio. Si crea un sodalizio tra le vittime che ci ricordano i personaggi di Porta, come la Ninetta del Verzee , o di Zola nel ciclo dei Rougon- Macquart. Sono numerose le aree geografiche descritte da Posata nel loro fascino e nella loro desolazione. La bellezza del mare e delle spiagge è incrinata dal dramma dei naufraghi, dall’odio razziale e dalla superficialità dei “luoghi comuni”. Il quadro presentato riesce, nonostante il dolore e la sofferenza, a trasmettere valori positivi e la speranza in una società nuova, fondata sulla solidarietà e sugli affetti autentici.

Mariacristina Pianta

QUARTA A CURA DI ALESSANDRO QUASIMODO

L’opera prima di Marco Posata è ricca di interessanti spunti che potrebbero far pensare a un romanzo di avventure ricco di situazioni insolite, a volte create per portare avanti il plot narrativo: in realtà il viaggio, tema dominante, è una ricerca interiore per trovare se stessi. Uno dei pregi dello scrittore è quello di approfondire la psicologia dei personaggi, in particolare quello di Lora, in una spietata analisi che a me, che ne ho studiato a fondo l’opera, suggerisce un accostamento, sicuramente audace, con Sigmund Freud.

Altro tema che emerge nel libro di Posata è il suo grande amore per la natura, di cui, con felice espressione, gode respirandolo “l’odore acre e crudo”.





Estratto originale:

In quell’istante la coscienza di Lora sbrinò il suo passato e proprio come un vecchio cinema glielò proiettò dinanzi. Ricordava bene quelle immagini e le emozioni provate in quel tempo. Riaffiorando dal suo profondo più insito si sprigionarono congenite, mostrandole tutto il rimorso che l’aveva pervasa negli anni trascorsi. La scena che le si presentava davanti non era quella di una foto ingiallita dal tempo, o la vecchia pellicola sbiadita di un polveroso film di chissà quale regista, ma era un’immagine viva, nitida, con le forme ancora ben delineate. La sua mente aveva impresso talmente bene quegli istanti che riusciva quasi perfino a donare di nuovo all’olfatto i profumi captati in quel tempo. L’aroma che aveva colpito Lora quel giorno era il fresco odore umidiccio del mattino, l’aria era esaltata da quella brina che carezza le foglie durante le albe primaverili. Mentre i fiori porgevano il loro buongiorno al mondo Lora, come era sua abitudine, si stava recando solitaria al fiume per raccogliere l’acqua, inconsapevole che un capitolo della sua vita stava volgendo al termine, mentre un altro era agli albori della sua esistenza, ma di ben diversa battitura. Lora era tornata da poco al villaggio dopo essere stata prigioniera per ben ventisette anni di un ladrone arabo, e riuscita a fuggire era ritornata li con la memoria frammentata, ma che non aveva dimenticato il luogo natio. Si era ritrovata da sola in quel villaggio dove tutti la guardavano con occhi cupi e deviavano il loro cammino o addirittura il loro sguardo al suo passaggio. Questo a lei poco importava e quella mattina, come tutte le mattine andava sbrigando le sue faccende. Ella si apprestava ad immergere in quello specchio movimentato così limpido un mestolo color rame quando ad un tratto un urlo lacerante dilaniò l’aria, e voltandosi, agli occhi comparvero come lo sciame di un vespaio inferocito, un orda di Dramet,

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mercenari del deserto che vivono depredando e distruggendo tutto ciò che si trovasse dinanzi al loro cammino. Questi erano non più di una trentina, ma la loro ferocia e velocità di distruzione era tale da far sembrare che la loro presenza superasse il migliaio. Nella sua testa echeggiavano ancora le grida di morte e paura che sfrecciavano taglienti nell'aria e come lame affilate scalfivano impavide la sua mente. Dalle sue viscere risalivano con la velocità di mille proiettili le sensazioni che Lora aveva provato in quegli attimi... Il dolore, come una serpe strisciava nuda nel suo sangue facendole barcollare il cuore; le vene le si colmavano di quel nettare amaro rendendola impura, e il suo petto come a riempirsi del fiele più amaro si gonfiava,fino a gettarsi come una cascata nel suo fiume, sul suo viso, per poi riversarsi in due rivoli, annegando lo sguardo in quell'acqua dall'aroma cosi infelice. La paura, invece, che l’aveva sempre accompagnata come il più fedele dei compagni, non l'aveva mai abbandonata e aveva preso posto sulla sua essenza vitale. Tessendole intorno una ragnatela imprigionava ogni felicità che il cuore librasse nell'aria E poi la rabbia annidandosi silenziosa nel suo interno prendeva forza dal centro del suo grembo, e nutrendosi del dolore creava una schiera di soldati pronti a combattere, pronti ad esplodere, ma morenti sul nascere giacché il suo cuore intrappolato da quella tela raccapricciante le impedivano l'ardire. Il Sole, che quella mattina si era svegliato ben volenteroso di riscaldare col suo abbraccio materno il villaggio, era stato ben presto oscurato da un grande manto di fumo. Sedutastante l'aria s'era viziata e quel fresco profumo del mattino era stato coperto da una densa coltre di fumo che acre penetrava la pelle, mentre impavido aleggiava l'odore soffocante della cenere. Il respiro della gente che si andava affannando nella corsa verso la salvezza si affievoliva ad ogni passo, venendo

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sopraffatto dall'odore di morte e sangue che ora invadeva l'aria. Un profumo che ben presto fu donato anche alla vista, sottoponendola alla visione inquietante di un inferno nato dal nulla. E mentre gli uomini tentavano invano di difendere la loro terra e proteggere i propri cari con armi agricole o poco più che rudimentali, le donne provavano a fuggire o a nascondersi, ma queste, proprio come delle prede da caccia, venivano stanate dalla loro tana e massacrate a colpi da fuoco e sciabole, dopo essere state stuprate senza negar loro le violenze che tale gesto potesse contenere. Il caos oramai si era legittimato imperatore e mentre il villaggio cadeva lentamente sotto i duri colpi di quegli uomini vestiti di nero, e la rabbia e la paura l'avvolgevano caldamente, una voce la colpì su tutti. Alzando gli occhi oltre la prima coltre di fumo, offuscata dal grigio, intravide una donna lottare e morire invano cercando di difendere la propria creatura. Ma così, proprio come il ramoscello che resiste alla tempesta prima o poi si lascia cadere e abbandona per sempre il seme che lo nutre così quelle due anime abbandonarono il loro guscio terreno. Un profondo brivido l'attraversò quando la lama della sciabola tagliò l'aria e insieme ad essa penetrò in un sol colpo i loro corpi uniti per l'ultima volta. Negli occhi dell'uomo riflettevano i corpi morenti di quella madre e di quel figlio, ai quali il destino aveva donato loro le ultime stesse gocce d'inchiostro, e mentre il loro sangue sgorgava copioso in un unico rivolo incessante che bagnava il terreno arido, gli occhi del Dramet brillavano di una luce maligna alimentata dall'avidità che ne aveva plasmato l’esistenza. Poco distante Lora poteva assistere a tutta quella scena, che racchiusa in qualche brandello di secondi, a stento aveva avuto la forza di contenere l'enorme dolore sprigionato da quei corpi, svuotati brutalmente della loro vita. Ella era rimasta immobile,

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inerme alla vista di quell'ultimo abbraccio di quel bimbo a sua madre, un abbraccio lungo, profondo, fin oltre la fine dell'infinito, e il suo cuore aveva quasi cessato di battere, come a voler dedicarle un ultimo saluto e a rendere onore al sacrificio seppur vano di quella madre, che destandosi per un istante dal freddo abbraccio delle tenebre legò i suoi occhi al piccolo, per proteggerlo. La luce delle loro pupille si unì in unico raggio divino che ascendendo al cielo intraprese quel gelido e dolce viaggio verso l'eternità. In quel briciolo di tempo Lora si sentì addosso il peso del tempo e come a lasciarsi a morire anch'ella, con le gambe tremanti e le lacrime che le trasudavano ora dalla fronte, si lasciò cadere, attorniata da fuoco, cenere e dolore. Lanciò gli occhi al cielo quasi a voler cercare delle parole di conforto, un abbraccio che la potesse accogliere, e oltre gli astri riconobbe gli occhi di sua madre piangere, come se volesse far cessare quelle gesta immonde, e con le sue lacrime seminare un germoglio d'amore nella terra piena d'odio che rabbuiava il cuore di quei mercenari. Amore che si era contornato d'angoscia nel petto degli abitanti, poiché stavolta la spada del destino aveva inflitto un colpo troppo pesante per poter essere sorretto dagli uomini, aveva lasciato ferite troppo profonde nella storia del villaggio. Al cadere della pioggia i Dramat si accorsero che nulla vi era più da prendere, tanto meno da distruggere, e prima che tutte le lacrime del cielo si fossero riversate sulla terra, decisero che il loro compito era adempiuto e sparirono lasciandosi dietro solo la disperazione delle vittime. Intanto Lora continuava a fissare gli occhi di sua madre nascosti tra le nubi e il ricordo la pervase destandole i suoi sentimenti e facendola rabbrividire al pensiero della sua scomparsa. Tremò prendendosela con se stessa e il suo destino, che alleatisi le avevano impedito di assistere all'ultimo respiro di sua

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madre, alle ultime sue parole, agli ultimi suoni che le sue labbra avevano emesso. Furono proprio il suo nome. Quando la madre mancò, Lora era in viaggio in ritorno dall'oriente sempre per scelta del fato e del suo io che le si erano ritorti contro. Tornata, tutto ciò che le era rimasto non era nient’ altro che il lapislazzuli verde che gli abitanti del villaggio portavano al collo per poter (secondo un’antica credenza) tenere un frammento dell'anima anche oltre la morte. Lo aveva conservato con cura unendolo al suo, magari per provare a sentire ancora quell’affetto materno che mai le era mancato cosi prima d'ora. Portò le dita a carezzare quel gioiello inestimabile di poco valore e chiese scusa, chiese perdono a colei che l'aveva messa al mondo e così come quella madre e quel figlio, anch'ella alzò lo sguardo al cielo e abbracciò gli occhi di sua madre, ed ella come a volerla proteggere ancora la carezzò con uno spiraglio di sole. Allo sfiorare di quella luce materna il cuore le accelerò nel petto e la dolcezza che forse aveva provato a donarle la madre si ritrasse. L'angoscia riprese il suo trono, invadendo la mente dei suoi ricordi passati. Uno su tutti emergeva persistente: rammentava due occhi ridenti nel buio, rammentava il lapislazzuli color oro che gli cingeva il collo e rammentava un sorriso cristallino, ma la visione era tutt'altro che nitida, era sfocata, quasi a voler sparire, o forse quasi a chiamarla in cerca d'aiuto. Gli occhi e quel sorriso l'avevano accompagnata per più di venticinque anni nei suoi sogni, ma non era riuscita mai a trovarsi una risposta, neanche ora che era tornata al villaggio in cerca di aiuto. Mentre ripensava ai tratti di quella creatura stremata dalla disperazione le forze le mancarono. Forse per volere di qualcuno oltre il cielo, oltre le stelle, forse per mano della madre che l'aveva perdonata, nella sua mente si sciolse un frammento di ghiaccio e polvere e dentro di esso Lora svelò il tassello mancante che tanto aveva cercato per anni.

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Ora quegli occhi erano contornati dal viso di un bambino, e vide delle mani strapparglielo dal grembo, altre urla ora invadevano la sua testa e le immagini sfocate la ritraevano lottare per difendere quella creatura. Lampi di luce separavano le immagini. Una lotta, ancora contro i Dramat. Lei, una fanciulla e poi una corsa incessante, seguì la quiete e la visione della sabbia che le scorreva sotto il viso, poi di nuovo una corsa sempre più stremata, il calore che le bruciava la pelle. E poi una scritta, “verginea sanctus” - doveva essere latino -, era incisa su di un portone in legno bianco contornato da una cornice marmorea anch’essa bianca. La scritta era incavata nella pietra. Non era del tutto decifrabile ma ciò che si leggeva lasciava intendere che quello fosse un luogo sacro. Poi l’immagine svanì nuovamente e si scambiò con la visione di un campanile. Quel flash scosse Lora, poiché riconobbe quelle campane dal color aureo e quella croce lignea così imponente. Ricordava bene quel campanile, era della città di Rajemba. Lì si era svegliata in fin di vita sulle spiagge non ricordando quasi nulla del suo passato, con impressa nella mente la sola vallata e quegli occhi. Ed era sempre da lì che poi si era imbarcata verso l'oriente dove il destino le aveva preparato la giusta pena da scontare per i suoi errori. Trasalì vedendo quelle immagini, e provò a cancellare il suo passato con la mente, come a non volersi rendere conto della risposta che le stava nascendo. In mezzo al fango le scese di nuovo una lacrima, un sospiro e la paura che quel tassello fosse stato nascosto troppo a lungo. Ma la voglia di sapere, la voglia di ritrovare quegli occhi era troppo grande e dentro di ella un barlume di speranza nascosto nell'orrore della consapevolezza continuavano a vivere. Portò le mani di nuovo a quei ciondoli e sotto la pioggia incessante lo gridò al cielo, come a voler far brillare quella fiammella sempre più forte “Figlio mio. Figlio mio, dove sei?”

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Lo gridò al mondo, lo ripeté all'infinito al cielo e alla terra, lo fece ascoltare all'acqua e al fuoco che la circondavano. Ma sopra ogni cosa lo gridò a se stessa. Doveva ritrovare il suo cucciolo. Allora una forza la pervase e guardando negli occhi il destino lo sfidò ancora. “Rajemba, ci incontreremo di nuovo.”

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